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Simboli e spettri al Vittoriale

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Il sogno e la realtà. Nelle sue Cose viste Ugo Ojetti offre un'immagine della villa di Cargnacco, di quella che venne poi trasformata in un mausoleo per i vivi, nel Vittoriale degli Italiani. Giunto per la prima volta di fronte all'ex villa Thode il 24 febbraio 1922, non credette ai suoi occhi: la casa era modestissima, di una semplicità francescana, assolutamente lontana dal gusto fastoso del D'Annunzio che lui ben conosceva. Villa Cargnacco, che nelle sue strutture originali risaliva al '700, era stata venduta nel 1877 da una famiglia del luogo, i Bonzamini, all'ingegnere austriaco Luigi Wimmer e, nel 1910, era poi passata per eredità a Henry Thode, un professore di Dresda che aveva sposato Daniele Senter Von Bulow, figlia di Cosima Liszt, a sua volta figlia di Franz Liszt e moglie, in seconde nozze, di Richard Wagner. Allo scoppio della Grande Guerra il Thode era stato costretto a lasciare l'Italia e ad abbandonare la villa con tutto ciò che conteneva: le suppellettili, i mobili tedeschi, i seimiladuecentottantuno volumi della biblioteca e il pianoforte Steinway che Liszt aveva usato a Roma. Alla descrizione che Ojetti ci da della casa, poco c'è da aggiungere:soltanto che aveva appena diciannove stanze, qualche annesso agricolo e un bel giardino con molti alberi e un boschetto di magnolie. All'interno la dimora non era nè bella nè comoda: le stanze erano tutte piccole, i corridoi angusti, poche finestre, poca luce...ispirava un senso di disagio che in seguito, , quando il poeta l'ebbe arredata con il suo stile esagerato, si trasformò in una sensazione di vero e proprio soffocamento fisico. Questo si percepisce fortemente, nella "stanza del lebbroso" detta anche "cella dei puri sogni", luogo simile ad una camera mortuaria ove i simboli si accavallano , decompongono una visione che dovrebbe essere unicamente severa, anche se macabra, e la guastano irremissibilmente, tanto che, dopo qualche istante, non si sa più se tale ambiente sia una tomba, un luogo di iniziazione o il regno di un feticista; proprio in questa magica - o meglio diabolica - capacità di distorcere il significato reale degli oggetti per piegarlo ad un fine rappresentativo del quale non si conosce la ragione, si manifesta la volontà di un D'Annunzio divenuto metteur en scene dei propri fantasmi. L'edificio che abbiamo descritto fin qui, e che fu, nella sobria struttura e nello sconvolgente arredamento la vera casa del Poeta, rappresentò anche la pietra angolare su cui crebbe, in una sorta di complessa superfetazione, il magico ed inquetante organismo del Vittoriale. La villa di Cargnacco venne scoperta da Tom Antongini, segretario e confidente del Poeta, ma il vero interprete ed artefice del sogno in fieri fu l'architetto Gian Carlo Maroni, il quale dette corpo al sogno ossessivo del proprio committente, realizzando un "corpo" sconcertante ed architettonicamente indefinibile. Con il suo ingresso a grandi archi che pare quello di un cimitero monumentale, e poi subito i "pili" del Piave, le tombe, e poi ancora logge ed archi, facciate intonacate ricoperte di stemmi, come i palazzi pubblici dei comuni toscani, e la Piazzetta Schifamondo, con una brutta fontana...E poi ancora il Viale di Aligi, e i reperti della guerra, e il Fontanone del Delfino; poi il bosco ,con dentro cascatelle, esedre, laghetti e, infine, la "nave fantasma", sommersa dai cipressi e su, nel punto più alto della collina, il candido mausoleo con le arche dei compagni di guerra del Comandante D'Annunzio. E sono certamente queste due ultime presenze la vera anima del Vittoriale: il cimitero e la nave. Il primo rappresenta la sintesi naturale di tutti i simboli, i riferimenti, i suggerimenti e gli inviti che rendono inconfondibile ogni angolo di questo luogo opprimente; l'altro - la "Puglia"- strappata al suo mare e interrata tra le colline, diviene un vascello di morti, un traghetto per l'aldilà.

Marco Nicoletti














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