L'ispirazione più alta di ogni architetto, taciuta o dichiarata che sia, è quella di poter costruire una città. Pochi vi riuscirono in passato e pochissimi nella modernità. Tomaso Buzzi, prezioso architetto del '900 italiano, nei primi Anni '50 edificò in Umbria un capriccio che era stato il sogno della sua vita: una città ideale concepita come una fantastica macchina teatrale.
Figura di intellettuale scintillante e mondano vissuto tra Roma, Milano, Parigi e St.Moritz, corteggiato dall'aristocrazia e dalla grande borghesia nel periodo tra le due guerre, Buzzi, al termine del Secondo Conflitto, risvegliatosi dal lungo, volontario "sonno" cui si era determinato per avversione al Regime, mette in atto il suo ultimo progetto, quello destinato all'immortalità. Seguendo una serie di fatate coincidenze, acquista a Montegiove, nei pressi di Orvieto, l'antico eremo della Scarzuola, fondato da S. francesco nel 1212, e lo restaura a meraviglia trasformandolo in u na casa dove non abiterà mai.
La dimora della Scarzuola, ricavata negli spazi angusti del convento, con le sue stanze piccole e poco illuminate, , per l'evidente commistione tra i motivi di un'architettura religiosa sobria e claustrale e quelli propri della casa d'artista (con i suoi oggetti preziosi, i quadri, i libri), rievoca oggi le atmosfere e le penombre della Prioria del Vittoriale di D'Annunzio, abitazione che fu, a sua volta, una versione mediata e personalizzata della "casa estetica" letteraria di Des Esseintes, protagonista di A Rebours di Huysmans, ovvero il decadente per eccellenza, nella cui casa ogni particolare denuncia un estetismo raffinato che tratta alla stessa stregua opere d'arte, pietre preziose, stoffe rare dai colori smorzati, profumi, colori, cibi.
Il recupero del convento costituisce il primo atto del progetto di Buzzi; subito dopo passa ai giardini, trasformando gli innocenti orti dei frati in un fantastico impianto verde ove, tra siepi di bosso, fiori rari, statue e pergolati, si rievoca il mito d'amore di Polifilo e della sua ninfa. Ultimato così il recupero della "città sacra", Buzzi passa ad edificare la sua "città profana", che chiamerà "Buzziana". Questa inizia a sorgere al termine del giardino, affacciata su un vasto anfiteatro naturale. Appare come una bizzarra e sconvolgente cittadella tutta in tufo, le cui fabbriche paiono modellate con la sabbia, come i castelli che si fanno in riva al mare. Gli edifici sono collegati tra loro da zone teatrali vere e proprie ( scene, gradinate, grandi vasche) realizzate sul rilievo del terreno e sostenute da poderosi muri di tufo.
La Buzziana appare proprio una città profana, sovraccarica com'è di riferimenti e citazioni: ovunque vi sono impressi motti, monogrammi e simboli indecifrabili. Concepita in base ad un personalissimo neo-Manierismo, la cittadella presenta forme sconcertanti e complesse: vi abbondano scalinate e scalette, modi espressivi "alla rustica", bassorilievi di mostri, statuine, figure fitomorfe "alla Arcimboldi" senza alcun richiamo all'architettura. C'è un affastellarsi di edifici e monumenti che ha del miracoloso: strutture circolari come osservatori astronomici arabi, costruzioni zoomorfe, tebaidi e pozzi di meditazione, luoghi di rappresentazione e templi di culti pagani con la torre di cristallo, che pare, invece, il pinnacolo di una cattedrale gotica.
Alla sua morte, avvenuta nell'80, Tomaso Buzzi lascia incompiuta la creatura di pietra, ed esprime il desiderio che la natura ne prenda possesso, la divori, ne faccia un insieme di belle rovine degne del pennello di Clerisseau. Ma la Buzziana non scompare e oggi, quasi interamente compiuta, si presenta all'uomo del Terzo Millennio come un labirinto dello spirito, una concezione che forza le regole della nostra dimensione per imporne un'altra. Ma quale?
A questa domanda non seppe rispondermi precisamente neppure Marco Solari, erede di Tomaso, un giorno che andai a visitare quella meraviglia; neppure lui che da vent'anni abitava la Scarzuola e ne seguiva i lavori di completamento rifacendosi ai progetti dello zio. "La ragione d'essere della Buzziana e della Scarzuola - mi rivelò allora - , che sono poi due parti dello stesso organismo, si comprende soltanto compiendo intero il cammino che quì è tutto segnato. Io, da quando ci vivo, sono molto cambiato, ma devo ancora procedere e soltanto quando sarò arrivato in fondo riuscirò, forse, a dire qualcosa di più".
Marco Nicoletti
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