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Goethe e i mostri di Palagonia |
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Il 29 maggio 1787 Wolfgang Goethe lasciò Napoli per raggiungere la Sicilia, ultima tappa del suo favoleggiato tuffo nella classicità. Giunto a Palermo con l'amico Khristoph Heinrich di Hildesheim, un valente pittore caduto in miseria dopo la morte del suo protettore, il principe Kranshinsky, Goethe prese alloggio in una locanda del braccio Kalsa - ancora esistente di fronte al Regio Archivio di Stato - e si dedicò all'osservazione delle curiosità scientifiche che la splendida natura attorno alla città gli offriva. Al termine del suo soggiorno nell'Isola, il poeta venne condotto a visitare un singolare monumento, una villa, "la stranissima Villa palagonia che chiamò sempre curiosi siciliani e forestieri nella terra di Bagheria, allora sobborgo di Palermo…". Ma gli ospiti che consideravano gran cosa portare il viaggiatore straniero a godere di sublimi sensazioni di fronte a tanta arcana magnificenza, rimasero grandemente delusi, poiché al tedesco la cosa non piacque punto. In alcune sue lettere ricorda: "Quanto di esorbitante dal naturale, anzi quanto di non naturale possa concepire un cervello anomalo, si collocò nel recinto e nella parte interna di essa, la quale avrebbe potuto essere delizia e fu invece nausea a quanti vi si recano. Uomini con teste di donne, donne con teste di uomini, cavalli con zampe di cani e rostri di uccelli rapaci, bestie tricipiti camuffate alla moda di Parigi, bipedi senza piedi, esseri con la bocca nella fronte e nasi all'ombelico, soldati, pulcinelli, turchi, spagnuoli e mostri delle più stravaganti forme; e con essi nani, gobbi, sbilenchi, sciancati, figuracce orride per composizioni non mai sognate, per atteggiamenti sinistramente contorti, per ininfrenabili corruzioni del gusto: tutto vi venne impostato". Avvezzo per generazione e cultura al gusto neoclassico, educato alla scuola del Winckelmann, Goethe provò ripugnanza per quella grottesca esasperazione del genio barocco e soprattutto per quelle isolenti trasgressioni dei canoni formali dell'architettura classica: "Oltre che i cornicioni delle casette circondanti il palazzo sono tanto in un senso quanto in un altro oblique - ricorda con disgusto il visitatore - confondendo ogni idea dello scolo, della linea perpendicolare, base della solidità e dell'euritmia […] quei cornicioni sono ornati d'indre, di teste di draghi, di piccoli busti, di figure di scimmie che suonano strumenti musicali e di altre stramberie con figure di idvinità tra le quali quella di un Atlante che invece di un globo sorregge un barile". Qualche giorno dopo, uscendo di casa, Goethe incontrò Don ferdinando Franceso Gravina Alliata, il principe di Palagonia, che andava questuando per i poveri schiavi siciliani in Barberia. Riconoscendo in quel personaggio il continuatore di tante strampalataggini che aveva visto alla Villa di Palagonia, il poeta ebbe una reazione di sdegno: "Avrebbe potuto a quello nobile scopo (cioè riscattare gli schiavi) impiegare il denaro maledettamente sprecato nella sua villa - esclamò - e nessun principe si sarebbe potuto vantare opera più meritoria!".
Villa Palagonia esiste ancora. Canonicamente fedele alle linee del Barocco tardoseicentesco, è caratterizzata nell'insieme dall'impianto massiccio delle strutture, concentrate in un solido blocco centrale poggiante su un singolare basamento "a scarpa" ; uno schema tipologico a fortezza riconducibile, oltre che alle passate esperienze militari dell'artefice, anche al pericolo che in quell'epoca correvano le abitazioni isolate, esposte come erano alle insidie dei pirati. Il giudizio di Goethe, così categorigo nei confronti della dimora dei Gravina, attribuiva un duplice valore negativo all'essenza della costruzione. Il primo riguardante il gusto, senz'altro pessimo, delle figurazioni ornamentali, non giustificate - a parer suo - da alcuna finalità simbolica; il secondo - forse più severo - sottolineava come, nella composizione di Villa Palagonia, non apparisse un'arte fondata sui principi della geometria, come non fossero, cioè, stati applicati quei rapporti proporzionali capaci di conferire all'edificio una matematica armonia.
Ma la ragione profonda delle bizzarre effigi di Villa Palagonia rimane a tutt'oggi un mistero. Il principe Gravina, riguardo le effigi mostruose, ammetteva di aver tratto ispirazione dall'Egitto, terra di misteri, "dove, secondo Diodoro Siculo,l'azione dei raggi solari sul limo del Nilo è tanto potente da far scovare ogni sorta di animali". Egli aveva inoltre affidato la costruzione della dimora al frate domenicano Padre Tomaso di Napoli, autore di due compendi di architettura e e costruttore di fortezze in Ungheria e in Morea, paesi questi ricchi di una sapienzialità strettamente connessa ai miti cosmici universali. Gli indizi, dunque, ci sono. Se qualcuno vorrà seguirli, riuscirà forse a comprendere le vere ragioni dell'esistenza di Villa Palagonia, che per noi, oggi, è soltanto un'arcana casa di mostri.
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