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L'estate di qualche anno fa mi trovavo all'isola di Capraia per una breve vacanza. Un giorno senza sole, non potendo andare per mare, lasciata la mia compagna a riposare in albergo, mi spinsi all'interno dell'isola, tra le colline e i calanchi, a visitare i resti della vecchia colonia penale.
Avviatomi a piedi per la strada che portava alle costruzioni abbandonate , mi accorsi che a salire con me erano sparuti gruppi di due o tre persone, tutti uomini dall'aspetto poco vacanziero. Il cielo coperto, il vento, il mare scomparso, chiuso alla vista dalle pareti dei calanchi, mi opprimevano al punto che, per ritrovare un po' di vita, attaccai discorso con i compagni di salita e quelli, senza reticenze, mi raccontarono essere ex prigionieri della colonia che tornavano a vedere i luoghi della loro espiazione. Giunto alla sommità dell'altopiano ove sorgevano le vecchie fabbriche carcerarie, vidi tra l'altro una singolare costruzione, un castelletto moresco-genovese, divorato dalle edere, con gli intonaci cadenti: "era la casa del direttore", mi informarono i singolari gitanti.. E allora ebbi una visione legata a memorie di suggestioni romanzesche. Mi apparvero le cupe illustrazioni di un libro che avevo riletto da poco, Il cane dei Baskerville di Doyle, e mi ci trovai dentro; c'era il paesaggio della brughiera, affascinante nella sua elementarietà lunare, tutto vegetazione bassa, rocce schistose, calanchi come tumuli: la solare Capraia si era trasformata in un angolo sperduto del Devonshire.
Cosa c'entra un ricordo del genere con le case umbre di Giulio della Porta, che sono il tema di queste righe?
C'entra col fatto che andato nei pressi di Montone a visitare quel piccolo regno di Pereto, in una plumbea giornata di fine gennaio, trovandomi dentro quella valle nascosta, tutta calanchi di arenaria inconsistente e franosa, e in alto, contro il cielo, la Rocca d'Aria desolata come la casa del carceriere isolano, in un lampo ho rivisto sia Capraia dall'estate incerta che il Devonshire della fantasia.
Giulio della Porta è venuto alla sua antica Contea dei Carpini dopo essere andato a scuola di vita nel mondo - fotografo, imprenditore e, mi auguro, bon vivant. E' giunto ancora giovane in questa terra "sodiva, gengata, sterposa, rupinata e dilavata" e si è dato a ricostruire, con la moglie Alessandra, le case scaricate di un podere, all'interno della sua proprietà, ancora notevole nonostante le alienazioni e gli infausti del tempo. In pochi anni scheletri e fantasmi di costruzioni si sono trasformati nuovamente in case di bella pietra mielata, tirate su da Giulio con conoscenza , mettendo a frutto la pratica fatta per ridare vita alle case degli amici. Qui si passa dal rumore del mondo all'immobilità di un paesaggio che più "letterario" di così non potrebbe essere; nulla di pittoresco, intendiamoci, ma un paesaggio distillato, stilizzato alla Piero della Francesca, adatto a quanti, desiderando creare qualcosa, chiedono che lo spirito non sia distratto da troppe cose, ma si faccia forte nel vuoto.
Il restauro delle fabbriche - la casa padronale, l'essiccatoio, la stalla - ha trasformato tutto in dimora e singolare luogo di ospitalità. Oltre al canonico riuso di materiali originali - i cotti, le pietre del luogo, i tufi - Giulio della Porta ha interpretato le sue case in maniera sicura e disinvolta soprattutto nelle sistemazioni interne e negli arredi. Ecco dunque le case profumate di cera da cotto, divenute depositi di memorie: le pareti interne con i colori della terra e dei fiori ( dal rosso scuro a quel "violato" che Tomaso Buzzi utilizzava per i vetri di Venini), i caminetti decorati con le cornici in marmo provenienti dal palazzo Della Porta di Gubbio, un bagno scandinavo tutto in betulla bianca, molti mobili di famiglia , oltre all'arte povera e al "coloniale", bei tappeti, quadri interessanti, dai Minardi alle "Phantom chair" di Daniel Lang, l'inglese visionario che vive a Montone. E poi molti splendidi disegni architettonici acquerellati , caricature a penna, foto di famiglia, cabrei settecenteschi riproducenti il territorio come era al tempo, e un'infinità di oggetti posati qua e la; ognuno, certamente, un ricordo, un contributo di energia alla vita delle case.
Gli ospiti che si fermano nelle case di Giulio sono per la maggior parte stranieri, britannici, qualche tedesco, forse, ma certamente persone avvezze, per indole e cultura, a sentire la voce del silenzio e a dialogare con gli spazi vivi delle case.
Marco Nicoletti
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