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La casa di Ugo Ojetti

   Dell'esistenza dei genius loci domestici iniziai a rendermene conto che avevo dodici anni e l'occasione fu quella di accompagnare il nonno a Firenze per far visita a Fernanda Ojetti, che abitava al Salviatino.
   La villa era superba. Costruita nel Trecento come dimora fuori porta dai Medici, nel Cinquecento era stata ingrandita e abbellita dal cardinale Alamanno d'Averardo Salviati, che ne aveva fatto un centro di sfrenata vita mondana. Questi, dapprima favorevole ai Medici, nel 1499 si era poi schierato con la parte avversa riuscendo a farli espellere dalla Firenze Repubblicana. I Medici furono perciò costretti a starsene per un bel po' lontani dalla villa, ma in seguito, ritornati, per vendetta la tolsero al cardinale. Passarono altri anni, altri secoli, e la casa, dopo aver avuto tutti i proprietari che si meritava, nel 1911 venne acquistata da Ugo Ojetti, critico d'arte , giornalista, scrittore ed emblema della cultura italiana del Ventennio.
   Figlio dell'architetto Raffaele Ojetti, "conoscitore perfetto di tutte le tecniche e di tutti gli stili", Ugo era stato, per quarant'anni, tutto e il contrario di tutto; maestro di un giornalismo di impressioni, aveva stemperato nell'amore per la notizia la sua indubbia vena letteraria. Aveva scritto i bollettini di guerra tra il '15 e il '18; a quell'epoca era soltanto un capitano, ma era toccato a lui compilare il brano di prosa più famoso dell'Italia degli Anni '20: "I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine...". Nel 1906 gia scriveva per il Corriere della Sera, ma certamente non sospettava che un destino politico - militare, all'avvento del Fascismo e precisamente nel 1906, lo avrebbe portato a dirigere (per un solo anno, poichè Mussolini lo trovò "disubbidiente") quello stesso illustre quotidiano.
  "La mia casa è solida, massiccia e patriarcale, sulle sue volte trecentesche e quattrocentesche del pian terreno, sui soffitti del Cinquecento a travi di rovere lunghe, spianate, spaziate e squadrate come un periodo del Guicciardini: così Ojetti descriveva la sua casa e tale apparve a me bambino la prima volta che vi entrai ; pur non conoscendo Guicciardini rimasi sorpreso dal calore e dal senso di intimo benessere che quella dimora sprigionava e che mai si sarebbe immaginato osservandola soltanto dall'esterno.
  Avevo sentito parlare molto del Salviatino e l'avevo anche visto riprodotto in incisione sui cartoncini augurali che Fernanda Ojetti era solita inviare per le festività; quell'immagine, stretta dalla forza della prospettiva in una superficie chiaroscurata poco più grande di un francobollo, era ricca di particolari quanto la veduta di un paesaggista. In primo piano c'erano le statue di guardia all'ingresso del parco, collocate ai lati del viale che tagliava il giardino italiano fino alla scala della casa. Quest'ultima, centrale nella prospettiva, appariva descritta con una minuzia maniacale: perfetti erano i particolari della facciata e delle finestre; esatto il numero di cipressi che gli stavano attorno e il rapporto delle loro altezze; fedele era il profilo delle colline che chiudevano l'orizzonte.
  Entrato in quel luogo di bellezza, dopo che i grandi, esauriti i convenevoli di rito, si furono ritirati a conversare nella biblioteca che era stata regno del grande Ugo, io, godendo di quella licenza che in certe occasioni si concede ai più piccoli affinchè non si annoino,fui lasciato libero di andarmene in giro per la casa. Ebbi allora, per la prima volta, l'idea di cosa dovesse essere un museo.
  Le stanze che andavo scoprendo erano piene di quadri, di bassorilievi, di sculture, di cui ammiravo la quantità e la singolarità, non potendone allora riconoscere l'attribuzione e il valore. Da una sala all'altra, sempre più incuriosito ma inconsapevole dei tesori che andavo scoprendo, passavo davanti a bassorilievi di Jacopo della Quercia, a Madonne con il Bambino robbiane, a Gesù pisani del Trecento, a teste di bronzo di Vincenzo Gemito e di Libero Andreotti, a quadri di Tosi, di Signorini, di Lega e di Fattori. C'erano poi, disseminati tra le opere d'arte, un'infinità di quegli oggetti che oggi si chiamerebbero "etnici", raccolti da Ojetti nel corso dei suoi lunghi viaggi: giade cinesi, ricami, vetri e ceramiche preziose.
  Tra queste ultime cose ci fu un oggetto capace di colpire la mia attenzione in modo particolare. Stava da solo, contro un muro nudo, vicino all'ingresso della casa, posato sopra un piedistallo di pietra: si trattava di un uovo di granito, grande tanto che in altezza mi arrivava al petto e largo in proporzione. Il monolite - che poi seppi provenire dall'Egitto - aveva un colore rossobruno , screziato da venature di bianco, e la superficie era di una tale levigatezza da apparire lustra, come ricoperta da una sottile invetriatura.
  Più tardi - si avvicinava la sera - feci ritorno nella biblioteca e, un po' in disparte, mi fermai ad ascoltare i discorsi dei grandi. Fernanda Ojetti stava su una poltrona bassa, vicino alla grande finestra che si apriva sopra Firenze, dalla quale entrava una luce livida e senza colori; stava con un gomito appoggiato sopra il davanzale e con la mano si sosteneva il capo guardando fuori. Parlava piano, raccontando dell'alluvione - era la primavera successiva a quella tragedia - e di Firenze che, in quei giorni, pareva una biblica "città punita".
  Il nonno e gli altri ospiti stavano seduti attorno a lei, ma in ombra, e annuivano in silenzio.

Marco Nicoletti



Esterno





Biblioteca





Scalone d'ingresso


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