Mi è capitato recentemente di veder saltare fuori dalle cianfrusaglie ammassate nella cantina/ripostiglio di casa un cimelio singolare. E' una tavolatte di legno con attaccato un chiavaccio di ferro arruginito e un biglietto con alcune parola che indicano l'oggetto essere una "chiave del sepolcro ligneo di Braccio Fortebraccio da Montone, signore di Perugia, morto nella battaglia di l'Aquila nel 1424 combattendo contro la Stato della Chiesa". Alcuni giorni dopo questo ritrovamento il pittore Lang mi ha invitato a Montone per mostrarmi la sua casa e, siccome la fatalità delle coincidenze rendeva particolarmente attraente l'occasione, io sono andato.
Daniel Lang è un sessantenne americano di origine scozzese; abita a New York in una casa fine '800, ma gran parte del suo tempo lo trascorre a Montone, dove è giunto alla fine degli Anni '80 dopo una lunga permanenza in Inghilterra: venire ed innamorarsi del luogo è stato tutt'uno.
Di fronte alla casa di Lang ho potuto apprezzare l'abilità di certi fotografi, capaci di mutare dimensioni, proporzioni e prospettive dei soggetti che vanno ritraendo. Di quella casa avevo visto alcune immagini pubblicate in una rivista di architettura, e mi era sembrata tutt'altra cosa dalla stretta facciata di sassi che mi stava ora davanti in uno slargo a forma di trapezio, sospesa in bilico su una scalinata precipitosa.
Ricavata all'interno delle mura medievali del paese, la dimorapresentava al suo interno tutte le angustie che poteva avere un moncone di torre. Oltrepassata la porticina d'ingresso, a destra c'era un piccolo salotto e di fronte si drizzava una scala ripida che conduceva in un ambiente dal soffitto basso, diviso a metà da un arco intonacato: qua la cucina, di là il soggiorno. Quest'ultimo ambiente prendeva luce da una porta/finestra affacciata su una terrazza di pochi metri, un quadratino appeso ad altezza vertiginosa sui campi e sulle colline.
Da un angolo della cucina un'altra scala - tanto stretta che bisognava stringere le spalle per passare- portava all'ultimo piano. Lì si trovava lo studio/camera da letto dell'artista; di fronte al cavalletto si apriva una finestra di misura modesta, bassa, protetta da una balaustra di ferro, attraverso la quale Lang studiava i colori del cielo, degli alberi, della terra, alle varie ore del giorno, nelle diverse stagioni, col sole, con la pioggia... Attorno sparsi c'erano quadri, tutti olii su legno e su carta, ma non molti; contro un muro stava un tavolo zeppo di carte e libri: sembrava la stanza di uno scrittore.
La dimora, ricostruita con attenzione maniacale, appariva raffinatissima, così pietra su pietra, legno su legno; visitandola si aveva la sensazione che ogni angolo buio, ogni curvatura di trave, ogni irregolarità del pavimento corrispondessero ad un progetto scenografico determinato e l'immobile naturalezza del tutto, la scrupolosa "non contaminazione" dello spazio coi segni del vissuto quotidiano, riflettesse il desiderio dell'artista di conservare una certa immagine ideale di quell'ambiente, così come doveva essere all'origine.
Lang mi mostrava gli oggetti e gli arredi, i libri d'arte amorosamente disposti su piccole etageres, molte piccole cose alle quali era legato un ricordo leggerissimo, reliquie di vita che riposavano immobili, come magnetizzate dallo spirito dell'artista. Ma altre diverse effigi uscivano improvvisamente dalla penombra ed occupavano lo spazio: erano teste di montone, forse emblemi del paese stesso, che parevano collocate a guardia di ogni angolo della casa. Ce ne erano di tutti i tipi: crani dell'animale veri e propri appesi alle pareti e riprodotti nel legno di sculture africane, piccole teste cornute in ferro battuto a mo' di soprammobili, capri riprodotti in stampe e disegni, tra quadri e oggetti di uso quotidiano.
Ma il rapporto più stretto con la casa non l'avevano certo quelle presenze - feticci o testimoni scaramantici che fossero - incapaci di fondersi con l'anima della casa. Erano piuttosto i quadri di Lang a creare un sommesso dialogo con gli spiriti che aleggiavano tra quelle mura , anche se la cosa poteva sembrare un paradosso: proprio lui, un romantico di cultura inglese, un simbolista figlio di Mathew Ridley Corbett e di Williams Blake Richmond, cosa poteva mai esprimere, con il suo realismo tagliente, più di quanto avesse mai espresso nei secoli la schiera di delicatissimi pittori nostrani?
Lang esprimeva la realtà della natura vista dall'alto della sua minuscola terrazza in una luce diversa, la luce offuscata dei sogni.
Marco Nicoletti
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