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I segreti del Borro

A due passi da Arezzo, la strada di campagna che portava diritti al cuore della tenuta del Borro e al grande palazzo fatto costruire nel 1848 dagli Hohenlohe Waldienburg Shillingfurst per ospitare la contessa Teresa durante le sue visite, ora non esiste più. E’ stata sostituita da un viale largo e diritto, circondato da prati all’inglese e fancheggiato da file di giovani cipressi, che termina di fronte ad un ingresso in pietra serena dal quale due volute di muro scendono in semicerchio abbracciando parte della rotonda prospicente. Pare un quadro metafisico: c’è il verdissimo del prato e dei cipressi, il Terra di Siena dei muri, il grigio della pietra e quello, più chiaro, della strada imbrecciata che sparisce tra gli alberi. In questo quadro ci sono entrato, l’ho percorso tutto e in fondo ho trovato gli autori: sono Amanda e Ferruccio Ferragamo, attuali proprietari dell’intero “dipinto”, cioè il Borro, e suoi mastri restauratori. In virtù del loro desiderio, dopo un lungo silenzio, il borgo ha riacquistato la sua antica identità di cuore del territorio ed emblema di una civiltà che non è mai trascorsa. Al Borro andai per la prima volta una decina di anni fa, dovendo intervistare il proprietario di allora che era il duca Amedeo di Savoia. Per raggiungerlo seguii il viale che conduceva al nucleo padronale della tenuta. La strada terminava di fronte ad una costruzione apparentemente disabitata. Il campanello non funzionava, ma l’uscio socchiuso invitava ad entrare. Così feci. Mi ritrovai all’interno di un atrio polveroso, tra colossali busti in gesso raffiguranti i Savoia di tutti i tempi. Nessun segno di vita. Un Vittoriale abbandonato. Sua Altezza abita qui? Poi un addetto all’azienda, uscito da una rimessa, mi indicò la vera dimora del duca, una modesta villa tinteggiata in rosso, a due passi da quel luogo sinistro. Sull’uscio, sorridente, c’era la baronessa Silvia Paternò, compagna del duca, e poco dopo arrivò lui. La giornata era splendida. Sedemmo in un salotto dalle ampie vetrate: fu così che il duca,sotto un ritratto di Emanuele Filiberto, mi raccontò la storia del Borro ed io, sotto quello di Umberto I, lo ascoltai. Questo luogo – disse - ha origini antichissime e misteriose. Con certezza sappiamo soltanto che la sua origine è da collocarsi prima dell’anno mille, ma nulla è stato tramandato circa l’identità dei suoi fondatori. Nessuna notizia, nessuna memoria, nessun reperto archeologico è riuscito, fino ad oggi, a sciogliere questo enigma. Forse i primi furono gli Etruschi, ma di testimonianze reali non ne abbiamo; il terreno sotto la piazza del paese è attraversato da cunicoli antichissimi li vi sono tombe, cisterne ...e chissà che altro: dovrebbe essere esplorato, ma gli accessi non sono ancora stati trovati. Il Borro nacque sicuramente come posto di vedetta sulla strada romana Clodia e in seguito divenne un poderoso castello. Acquistato dai Savoia nel 1904, mi è giunto in eredità dopo essere stato di Emanuele Filiberto, duca d’Aosta, di Vittorio Emanuele conte di Torino e di Luigi Amedeo, duca degli Abruzzi.Prima apparteneva alla famiglia Hohenlohe Waldemburg e prima ancora ai Medici Tornaquinci di Firenze. Pare anche che i primi esperimenti di Chianti siano stati fatti qui da Bettino Ricasoli. Ma le notizie più interessanti risalgono al 1254, quando il castello, appartenente alla famiglia Mascagni, venne acquistato da un nobile milanese divenuto podestà di Arezzo, il marchese Borro Borri. Da lui discendera, nel 1512, Girolamo del Borro, uomo misterioso che fu medico, filosofo e scienziato esperto in lingue orientali; processato dal Santo Uffizio per eresia,imprigionato a Roma e poi riabilitato, Girolamo ebbe due figlie gemelle, attorno alle quali le cronache riportano la storia di un loro singolare viaggio in Egitto, compito per volere del padre affinchè apprendessero dai maghi Bragnani – una setta di sapienti – i segreti della scienza di Mercurio Trismegisto. Poi vennero i Medici cadetti della illustre casata fiorentina al potere seguiti dai Tornaquinci, nel 1730 e dal conte Giuseppe Della Torre Hoffer Valsassina, nel 1823, che trasmise la proprieta agli Hohenlohe per eredità. Narrata nei dettagli la storia del Borro. Più tardi, al momento del congedo, l’ospite pare rammentarsi qualcosa ed esclama: Ma non le ho detto della Sindone! Qui al Borro si conserva la più perfetta copia fotografica della Sacra Sindone: la reliquia – come saprà – appartenne a lungo ai Savoia: Ora la copia è conservata in chiesa: vada a trovare Don Mencattini e gliela mostrerà. Conosce Don Pasquale? Lui costruisce presepi ed automi. Vada a vedere. Io sono andato, ma delle meraviglie viste in quell’occasione, parleremo un’altra volta.

Marco Nicoletti













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