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Architetture dimenticate
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Bioarchitettura

Il sacro bosco di Bomarzo e la Scarzuola

ovvero la sintesi dello straordinario

Galleria delle immagini di Bomarzo e della Scarzuola

Il Sacro Bosco orsiniano di Bomarzo rappresenta una delle più sbalorditive creazioni della cultura cinquecentesca , un prezioso "unicum" che "sol se stesso e null'altro somiglia", come si legge in una delle tante iscrizioni presenti nel castello e. nel parco. Esso non ha alcuna relazione con realizzazioni precedenti di giardini ( rappresenta, anzi, l'antitesi esatta del classico giardino "all'italiana" cinquecentesco), né possiede identiche filiazioni di genere in epoche successive. Mancando di rigida impostazione geometrica e di stretta logica simbolica (al contrario del giardino di Villa Lante a Bagnaia o di quello di Palazzo Farnese a Caprarola ) il bosco di Bomarzo si figura come la concezione archetipica e sovente pre-logica di un pensiero letterario allo stato di sogno, ove l'architettura - quella "della livella e del perpendicolo, quella che ci fa uomini e che è base di ogni euritmia" per dirla con Goethe - è completamente assente. Soltanto quattro secoli più tardi le aure che avevano dato vita al "boschetto" di Bomarzo torneranno a rivivere in un'opera architettonica sconcertante ma ricca di fascino: la Scarzuola, cittadella segreta dell'architetto Tomaso Buzzi., edificata in Umbria a due passi da Orvieto, non distante da quella celebrata Tuscia ove, nella tarda rinascenza, numerose e singolari fiorirono le cosiddette "architetture del pensiero". Riguardo il giardino di Bomarzo, ogni tentativo. di lettura di un fenomeno così complesso deve procedere dall'individuazione della personalità del committente, il duca Vicino Orsini, eccentrica figura di principe-soldato legato al colto ambiente farnesiano e amico di. molti dei principali letterati del suo tempo, tra i quali Bernardo Tasso e Annibal Caro, ma in particolare di quelli appartenenti al circolo petrarchista veneto : Francesco Sansovino, Claudio Tolomei, Bernardo Cappello e Francesco Maria Molza. Del tutto singolare è, intanto, la concezione di un boschetto - così lo definisce Vicino in linguaggio arcadizzante -, quale luogo esclusivo, che si aggiunge -senza sostituirlo - al giardino italiano gia esistente accanto alla dimora del principe-poeta. Sappiamo che Vicino eredita la signoria di Bomarzo nel 1542, ma gia nel 1525 si ha notizia di lavori di ristrutturazione al castello di famiglia. Fino al 1557, anno in cui partecipa alla difesa di Velletri, il duca è impegnato nella guerra tra Asburgo e Valois; è dunque probabile che i lavori del "boschetto" inizino dopo la pacificazione europea, conclusasi con il trattato di Chateau-Cambresis del 1559. Alcune lettere di Annibal Caro del 1563 e del 1564 forniscono interessanti indicazioni sulla realizzazione del Sacro Bosco.Nella prima lettera a Torquato Conti , duca di Poli e cognato di Vicino che chiede consigli per il suo giardino di Villa Catena, il Caro consiglia "stravaganze da dar la stretta al boschetto del signor Vicino", mentre nelle lettere del 1564 si parla di "teatri e mausolei e tant'altre cose stravaganti e soprannaturali" da cui nasce la fama di Bomarzo. Il duca Orsini dedica tutta la sua vita alla realizzazione del "boschetto" in un arco di tempo che giunge fino al 1580, facendo sempre nuovi disegni e ricercando ricette di colori per rendere policrome le statue. Nel 1645 il feudo orsiniano di Bomarzo passa ai Lante e da questi, nel 1837, ai Borghese. In seguito si hanno notizie di interventi nel palazzo, ma non nel Sacro Bosco. Soltanto nel 1955, in seguito ad una seria campagna di rilievo, recupero e studio scientifico, il giardino orsiniano viene aperto al pubblico. Il giardino incantato del duca di Bomarzo è articolato su. quote diverse secondo una logica di promenade carica di significati simbolici, che crea un percorso dal basso verso l'alto (dal 1955 il portale principale è stato spostato su un altro lato) tra attese, sorprese, mostri che atterriscono o blandiscono il visitatore (le "prove" tradizionali dei cammini iniziatici) per concludersi di fronte al tempietto. L'insieme degli elementi scultorei che descrivono il percorso, ricavati dai massi di peperino che emergono sparsi nel pendio del bosco, rispecchia a pieno l'immaginario tardo-rinascimentale l'amore per le grottesche, i riferimenti al mito etrusco (Bomarzo è nella Tuscia. Si legga a proposito: Elemire Zolla, "Santuari neoplatonici nei Cimini" in Aure.I luoghi e i riti, Venezia 1995). Qui troviamo anche il mondo iniziatico dell' "Hypnerotomachia Poliphili" ( quello stesso che ritroveremo celebrato a Montegiove nell'impianto della Scarzuola di Tomaso Buzzi), come anche il mondo incantato dei poemi cavallereschi ( dall' "Almadigi" di Bernardo Tasso alla "Gerusalemme liberata" del figlio Torquato), le inquietanti presenze della fiaba nordica (il bosco denso di ombre, gli intrichi della vegetazione, le apparizioni paurose). Tutti questi elementi, pur consentendo varie e diverse letture delle intenzioni simboliche espresse dal Sacro Bosco, non sono però sufficentemente illuminanti nella ricerca dell'artefice (o dell'opera stessa). Gli autori del più approfondito studio su Bomarzo - Bruschi, Zander, Fasolo, Benevolo, Portoghesi - formulano diverse ipotesi a proposito, che vanno dal Vignola ( forse riadattò lo stesso Palazzo Orsini) a Jacopo del Duca (ma l'ipotesi che, essendo siciliano, avrebbe potuto ispirarsi ai mostri di Villa Palagonia, non pare consistente), a Pirro Ligorio (è vero che a Villa D'Este ricorrono alcuni temi presenti a Bomarzo, ma sono collocati in un progetto dalla logica precisa e vengono trattati con tutt'altro stile), a Raffaele di Montelupo ( è lo scultore del colossale Arcangelo di Castel Sant'Angelo, lavora ad Orvieto ed è amico dì Vicino) e a Bartolomeo Ammannati che, a tutt'oggi, risulta l'attribuzione più probabile per le sculture, come anche per il tempietto. Tornando alla tipologia dell'impianto, al Sacro Bosco manca una visione architettonica dello spazio naturale basata su grandi assi prospettiche: esso è concepito come un percorso segnato tra le varie quote del pendio, in una sequenza di episodi che talvolta vengono pecepiti di sorpresa, ma, in qualche caso, creano ad arte l'attesa del visitatore che si pone in rapporto diretto col "boschetto": si tratta di una vera e propria "regia delle emozioni", uno studio che predispone efficaci scenografie di quinte arboree, statue colossali, musiche naturali (l'acqua scrosciante, il vento) e vistose bizzarrie strutturali (la casa pendente). Tra le "cose stravaganti e soprannaturali" che appaiono lungo questo percorso, si ricordano le Sfingi; con le iscrizioni basamentali che stanno ad indicare l'inizio del cammino stesso ( "Tu ch'entri qua pon mente / parte a parte / e dimmi poi se tante / maraviglie / sien fatte per l'inganno / o pur per arte"), il Mascherone araldico, il Gigante iracondo e lussurioso che squarta il corpo di una donna (è un personaggio dell'"Almadigi" del Tasso), la Tartaruga grande come un elefante ( questo gioco coi rapporti proporzionali rivela una frammentazione per sequenza - quasi cinematografica - dello spazio in questione), il Vaso antico, dalle proporzioni dilatate ( ci ricorda, in pittura, le dimensioni di quella enorme lanterna che appare in "fucilazioni alla montagna del principe Pio" di Goya) , simile a un elemento di arredamento urbano quasi sicuramente riferibile al Trattato di Sebastiano Serlio. Proseguendo il cammino appare l'inquietante mascherone con la bocca spalancata, vero e proprio. antro infernale ( lo ritroveremo, inteso come una "latrina" dedicata al "populazzo immondo", nei progetti buzziani per la Scarzuola), la statua del Pegaso ( anch'esso presente alla Scarzuola), il Ninfeo ad emiciclo sul quale si affaccia la Casetta pendente che, in forme vignolesche, riprende il tema della Torre pericolosa presente nell' "Almadigi" di Bernardo Tasso ( ricordiamo che alla Scarzuola vi è un monumento analogo: la Torre della Disperazione). Ma ancora tanti sono i richiami simbolici e letterari presenti nel "boschetto": un ponticello collega la Casetta alla Platea dei vasi ove appaiono il grande Drago attaccato dai cani, l'Elefante da guerra, l'Orco, il Cavallo alato, lo Stregone, il Gigante e il Nettuno. Proseguendo il cammino, dalla Platea si risale allo Xisto e qui il tracciato è segnato da Pigne e Ghiande di pietra ( alla Scarzuola una grande pigna segna l'ingresso della Scala della Vita), Orsi eretti ( Orso = Orsini) e Sirene dalla doppia coda a mo' di sedili. All'estremità opposta è invece collocato un Cerbero, guardiano della rampa che conduce al tempietto ottagonale tuscanico ( il Tempio di Eros della Scarzuola) con pronao tetrastilo innestato, la cui analogia con il Vestibolo di Palazzo Pitti rafforza l'attribuzione all'Ammannati e che fu probabile Mausoleo di Giulia Farnese, 1' amatissima moglie di Vicino prematuramente scomparsa. Questo è in sintesi lo straordinario mondo del Sacro Bosco di Bomarzo, "ove la rozzezza accresce l'impressione di opprimente violenza e di crudeltà che emana da queste creature mitologiche -come ricorda Mario Praz in suo celebre scritto - Impressione così aliena dall'arte italiana, che appunto per essa, e per la selvaggia natura circostante, si penserebbe ad un angolo sperduto dell'India o della Cina, se non mancasse l'araldica stilizzazione dell'Oriente". Bomarzo, come anche la Scarzuola, sono le opere aristocratiche e autocelebrative di due malinconici artefici. L'uno è un principe-soldato, dedito alla guerra, agli ozii letterari e, in ultimo, alla ricerca dell' l'elisir di giovinezza Reduce dalle sue battaglie, Vicino si ritiro a Bomarzo a "dirozzare una putta dai quindici ai sedici anni [….]. Nel contado si favoleggiò nei secoli di spose novelle che il signore si provava, dopodichè potevano anche sparire nel parco dei mostri" (Cfr. E.Zolla, Venezia, 1988).Appassionato d'architettura "sol per sfogare il core", Vicino esprime nel "boschetto" la poetica del dilettare anteposta a quella del giovare, essenza dell' "Almadigi" tassesco, quel poema ove il duca stesso è ricordato appartenere ad una schiera di nobili cavalieri che ascendono il colle della Gloria. Ed è questa, probabilmente, la chiave di lettura del percorso nel Bosco, la celebrazione emblematica ed autobiografica dell'ascesa verso la gloria, alla quale era consacrato il tempietto come meta ultima del cammino. L'altro saturnino artefice, Tomaso Buzzi, " il principe degli architetti", quattro secoli dopo, attorno al 1950, accanto all'antichissimo convento della Scarzuola, ove S.Francesco compì il miracolo della levitazione, crea con il tufo un profano paesaggio della mente e tra i giardini e i teatri del suo sogno manierista incompiuto, la Città Buzziana, traccia 1' inequivocabile percorso dell'eterno ritorno.

Marco Nicoletti

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